Chi sono i nuovi volontari?

volontario

di Marilena De Nigris

Se solo il 20% dei cittadini è impegnato in attività altruistiche volontarie, come intercettare quel poderoso 80% di “inattivi”? Riccardo Guidi, ricercatore dell’università di Pisa e autore di numerose ricerche sul volontariato, alla Conferenza annuale di Csvnet tratteggia il volontariato di oggi. Incrementare il numero di volontari è possibile anche attraverso la creazione di più occasioni culturali.

Il dato incoraggiante è che dal 2000 al 2015 l’infrastruttura del volontariato ha sostanzialmente tenuto. Il numero complessivo dei volontari è rimasto relativamente stabile nonostante la crisi, anzi ha registrato un piccolo incremento passando da circa l’8% al 9% negli anni di riferimento. Diminuiscono, invece, le donazioni in denaro. Chi è disposto a sostenere economicamente un’associazione o una causa passa da oltre l’8% a meno del 7%.

Il volontariato continua ad essere donna: la partecipazione maschile rimane stabilmente a livelli inferiori rispetto a quella femminile. Il reddito e il titolo di studio non sembrano influire troppo sulla frequenza dell’impegno, anche se il segmento maggiore è ancora rappresentato da chi ha un’istruzione medio-alta.

Alcune elementi interessanti riguardano le motivazioni e le realtà che meglio esprimono l’impegno, nonché i modelli di volontariato che si stanno affermando.

Le motivazioni dell’impegno che si profilano come le tendenze del futuro sono diverse e rappresentano gruppi omogenei. Innanzitutto ci sono motivazioni civili (persone con più di 25 anni) a cui seguono motivazioni conviviali (pensionati), motivazioni religiose (persone del sud, donne, casalinghe, con più di 54 anni) e, infine, motivazioni individualistiche (persone con meno di 35 anni, studenti e laureati).

Particolarmente rilevante è il dato sui fattori che determinano il maggiore o minore impegno sociale.

Innanzitutto c’è una fattore territoriale: il volontariato può esprimersi maggiormente al nord e nei comuni piccoli. A parità di condizioni, chi vive al sud ha il 7%-8% di probabilità in meno di fare volontariato rispetto a chi abita al nord. Chi vive in un comune piccolo ha il 15% di probabilità in più di impegnarsi rispetto a chi abita in una grande città. “Le città metropolitane disincentivano la partecipazione”.

L’altro fattore ha a che fare con la cultura: chi ha più opportunità di accesso a occasioni culturali ha anche fino al 35% di maggiori probabilità di essere un volontario. Da ciò segue la necessità di strutturare progetti e interventi di animazione territoriale.

I modelli di volontariato si dividono in tre grandi ambiti: convenzionale, individuale, non convenzionale.

Il modello convenzionale è espresso dagli enti strutturati in cui, di solito, l’appartenenza è durevole nel tempo. La sfida futura avrà a che fare con la capacità di queste organizzazioni a sapersi innovare e a collaborare tra loro per fare fronte al cambiamento.

Il modello individuale è fatto di 3 milioni di volontari che “danno una mano” (34,2%), che “senza di loro come si farebbe” (28,4%) o che “scelgono di fare da soli” (27,6%). Sono volontari che rifiutano la mediazione delle associazioni. La domanda è se sono davvero individualisti o poco valorizzati dalle organizzazioni.

Il modello non convenzionale: sono i volontari occasionali, che si impegnano in eventi o attività di breve durata (scuola/volontariato; volontariato d’impresa; volontariato per un giorno e altro), che esprimono un attivismo che spesso non ha alcun colore. Ma questo è da considerarsi volontariato? E qual è il ruolo delle associazioni? La discussione è ancora aperta.

 




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